
Flooded Souls the end 2020 / 2024
_Docks_ Cantieri Cucchini
ottobre 2024
a cura di Laura Riolfatto
gallery
press
Serena Guidobaldi
Simon Pietro salì nella barca
e trasse a terra la rete piena
di 153 grossi pesci.
(Giovanni 21,11)
Correva l’anno 1554 quando il medico pontificio Ippolito Salviani iniziò a compilare il libro primo dell’Aquatilium animalium historiae, un trattato sulla fauna ittica pubblicato due anni dopo attestandosi come un’opera senza precedenti per completezza di informazione e per la bellezza ed accuratezza delle illustrazioni realizzate con incisioni in rame, tecnica più adatta – rispetto alla xilografia – a raffigurare la brillantezza e i riflessi delle squame.
Differentemente da studiosi suoi predecessori, che si erano cimentati con trattati sui pesci, Salviani scelse di inserire solo i pesci che aveva potuto osservare personalmente escludendo dalla rassegna i mostri marini immaginari. Per fare questo, e per non limitare il proprio lavoro allo studio dei pesci nostri proximi maris (ossia del Tirreno), grazie all’appoggio – economico e non solo – del Cardinale Marcello Cervini chiese ed ottenne di potersi avvalere di una nutrita rete di rappresentanti pontifici per procacciare materiali scientifici.
Le cronache raccontano come in pochi mesi il suo studio iniziò a riempirsi di plichi di ogni foggia e dimensione, dai quali “esalava un mefitico tanfo salmastro, e ad aprirle, in mezzo a disegni e annotazioni, spuntavano incongrue carcasse di pesce essiccato. Teste, code, pinne cui l’asciugatura all’aria aperta non aveva tolto né l’odore guasto né l’aspetto raccapricciante.”
Cinque e passa secoli dopo, Paolo della Corte si muove fra il Mercato di Rialto e il Lido di Venezia e riempie i suoi laboratori di carcasse (vedi post scriptum), teste, code e pinne, che immortala con la macchina fotografica dando l’avvio a “Flooded Souls”, il lavoro che va a completare la trilogia su Venezia, iniziata con “(R)Esistere a Venezia” (2019), poi proseguita con “Venezia 2050 d.C” (2021).
Una rassegna di still life di pesci e fauna marina varia, sia autoctona che aliena, rappresentativa della nuova biodiversità della Laguna. Le foto stampate su tela, in una monocromia che evoca immagini a metà fra radiografia e incisioni calcografiche, sono poi “rilasciate” in acqua per un paio di mesi, a registrare in forma del tutto naturale gli effetti della permanenza in un ambiente particolarmente provato dai dragaggi, dal traffico marittimo e dall’erosione delle eliche sui fondali, dall’inquinamento chimico, acustico e climatico.
È un progetto di ricerca che si pone come una ideale continuazione di quei compendi rinascimentali dove scienza e arte si intrecciavano: le tele sott’acqua si muovono come banchi di pesci che a tutti gli effetti svolgono le funzioni degli “organismi sentinella”, biomarcatori che accolgono gli stress ambientali ma anche interagiscono con gli elementi naturali, lasciando deporre sulle proprie superfici accumuli di vario genere. Stratificazioni di fango, molluschi, alghe intessono mutue e silenti relazioni con le impurità e con composti inquinanti, e ogni strato che si deposita su di esse racconta una storia precisa.
Così le tele, tradizionale supporto per la pittura, diventano qualcosa di nuovo e dinamico, una sorta di diario biologico e ambientale e al contempo un’opera che non è mai veramente “finita”. Quando vengono pescate sono belle nella loro usura, di quella bellezza fatta di vita e di contaminazione, di capacità di adattarsi e trasformarsi insieme al mondo naturale. Opere necessariamente destinate a mutare, sospese tra la bellezza e la fragilità, tra il lento scorrere delle acque e l’infinita battaglia contro di esse.
E bello, soprattutto, è respirarle.
Inalarne quel “mefitico tanfo salmastro” di cui sono impregnate, intriso di storia, di acqua stagnante e legno antico, che abita tra le calli strette e silenziose, sotto i ponti e tra i palazzi barocchi, e che l’asciugatura all’aria aperta non toglie.
L’odore di Venezia.
Ps: l’autore immortala in realtà i pesci integri, mentre le carcasse, teste, lische e pinne sono i resti post-prandiali. Possiamo considerarla una ulteriore forma di “diario biologico”, interazione e stratificazione tra fotografo e soggetto…
Carlo Chiapponi, 2024
Il senso di colpa è la molla generativa del progetto, dal quale ne scaturisce un atto di restituzione: Le anime dei pesci vengono innondate d’amore.
Paolo nato a Venezia, vive a Venezia, sente Venezia. Recandosi in pescheria, preda il pesce in maniera contemporanea, lo trasmuta poi in fotografia, ne crea un simulacro su tela, ed infine se ne nutre.
Il fotografo fagocita la realtà con i mezzi a sua disposizione gli occhi e il pensiero, ed è qui emerge il senso di colpa, dell’uomo predatorio che non è più legato alle sole necessità di sopravvivenza, ma si spinge a catturare anche i suoi pensieri fissandoli sulla carta, tentando di renderli tangibili, immortali.
Qui però il pensiero fluttuante di Paolo non si ferma, ed innesca un processo di restituzione alla acque lagunari delle anime dei pesci-simulacro.
La tela immersa nell’acqua per lunghi periodi di tempo, raccoglie i sedimenti minerali, animali e vegetali, innescando non solo un processo di osmosi fisica-chimica, ma anche di restituzione di senso alle anime dei pensieri-pesci. Un immersione nel Gange, un atto di catarsi e riconciliazione, dell’uomo che ormai vive per lo più scollegato dai processi generativi e fondanti della sua Natura costituente fisica e spirituale. Le fotografie di Paolo ritornano nel flusso della mutazione, dell’impermanenza, avendo assorbito dalla placenta lagunare nuova vita.












