
(R) esistere a Venezia
Scoletta San Giovanni
aprile 2019
a cura di Franco Tagliapietra
gallery
press
by Giovanni Montanaro
C’è il musicista e l’infermiera. C’è l’attore, la ragazza che monitora le nidificazionimdei gabbiani. C’è chi organizza percorsi alternativi per visitare Venezia, chi fa soffiare il vetro. C’è chi ascolta per lavoro i richiedenti asilo, chi dipinge, chi si dedica agli orti, chi è stato ambasciatore d’Italia in Turchia, un pescatore, e poi uno che si occupa di cinema, un altro che si è appassionato alle soluzioni architettoniche per i disabili, uno che realizza una web serie. Ci sono i ristoranti, le gastronomie, le scritte sui muri, le colonne, i giornali, le finestre. E poi giacche gialle, camicie a fiori, capelli biondi, cravatte e bretelle, orologi, maglioncini, occhiali quadrati, colorati, scarpe, gonne, sguardi furbi, sguardi intensi, sguardi belli. Sembra una città come un’altra, ma in ogni foto c’è Venezia, Rialto, il Ponte delle Guglie, San Marco, il Ponte della Costituzione, la Toletta, il Ponte dei Giocattoli, tutta l’isola, pezzo per pezzo. Manon è solo quello che fa Venezia. E non è tanto il cielo, il vento, l’acqua, i colori che ci sono solo qui. Venezia è anche la nuvola che tutti i soggetti ritratti hanno intorno a loro, nelle foto di Paolo della Corte. È un vortice fatto di corpi, di persone che passano per Venezia, che non si fermano davanti all’obiettivo. È un vortice che non c’è mica in tutte le città, che non c’è mica tutti i giorni, nelle altre città. L’intuizione e la tecnica di Paolo della Corte portano all’estremo la contraddizione di Venezia, dei sempre meno abitanti in mezzo a un flusso continuo di gente, turisti soprattutto.
E così, oltre al soggetto, nella foto colpisce proprio quello sciame indistinto. Chi sono, queste persone? Che cosa prendono, da Venezia, e che cosa lasciano? Chi si nasconde, dietro quella spuma bianca? Come si fa, a capirlo, a incontrarsi? Ed è per questo che poi quelle onde, in fondo, sono lievi, difficili da comprendere, paiono ostili ma sono spumose, inconsistenti e non scalfiscono, alla fine, noi veneziani.
Perché noi restiamo lì. Fermi, senza che niente ci travolga. Restiamo lì, come ho fatto io per qualche minuto, sul ponte di Rialto, per il mio scatto, mentre passava l’americano affaticato e la signora con il carrello, il messicano stordito dal fuso e un amico che non vedevo da tanto, e poi i bei pensionati francesi con cui mi sono fermato a parlare. Restiamo lì. Incerti, preoccupati, smarriti di fronte a una città che cambia, che sembra fragile, che non riesce a ripensarsi in modo radicale, che non attrae lavoro, non attrae giovani. Ma siamo lì, forti e incerti, senza alternative, e ci teniamo stretta questa città dove continuiamo a vivere, amare, fare le spese, ridere, sbagliare, preoccuparci e sorprenderci. “Perché Venezia non è come tutte le altre città ma in fondo, invece, non è vero, è proprio come tutte le altre, fatta soprattutto delle persone che la abitano, la possiedono, la amano”.










