PAOLO DELLA CORTE PHOTOGRAPHY
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Venezia 2050 DC...e venne l'acqua grandissima

Ateneo Veneto

Novembre 21

a cura di Marina Niero

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Serena Guidobaldi

Siamo in un tiepido ottobre veneziano, un po’ sciroccoso, mentre si girano le scene dei vittorhughiani “Lavoratori del mare”: l’attore che interpreta la parte del bravo Gilliatt che, sullo scoglio di Douvres, attende impavido l’alta marea per suicidarsi dopo l’abbandono della bella Deruchette, vede l’acqua invadere l’enorme scantinato […]

In realtà l’acqua che sale non è quella pompata apposta secondo programma, ma una autentica alta marea che rischia di spazzare via Venezia. Calibano lo sa bene e ordina alle telecamere, sistemate in zona di sicurezza, di continuare le riprese. L’attore, rincoglionito dalle bevute, non capisce ciò che accade mentre viene inghiottito dai flutti e Calibano lo guarda soddisfatto dal vetro della cabina di regia.

Che Fellini avesse il progetto di un film su Venezia è cosa nota, meno noti sono gli appunti di Carlo della Corte per le sequenze che avrebbero dovuto comporlo, fogli dattiloscritti che fissano visioni e interpretazioni originali di una città la cui natura complessa la mette a rischio di facili bana- lizzazioni da parte di artisti scarsi, ma anche di quelli molto capaci. Con la differenza che quest’ultimi se ne rendono conto e di conseguenza in silenzio aspettano, ascoltano, assorbono e si peritano di produrre alcunché finché anche l’ultimo sospetto di goffa prosopopea o bieco narcisismo da bar nel raccontare la propria versione di come hanno posseduto la città non sia stato fugato.

Nel 1975 Fellini annota su un taccuino che un film su Venezia è un’impresa che non può riuscire perché pretende di esprimere l’inesprimibile. Dopo circa venti anni e molti bacari, insieme agli amici veneti Andrea Zanzotto e Carlo della Corte, prova a delineare i contorni di un possibile soggetto, ma l’inesprimibile è ancora tale e allora non rimane loro che continuare ad aspettare, ascoltare, assorbire, andar per bacari e annotare intuizioni, idee bislacche, contraddizioni che confluiscono in abbozzi di trattamento come Il Gatto del Tycoon, Le Vecchie, Sequenze di San Marco e Lo Spot oggi conservati al CISVe – Centro Interuniversitario di Studi Veneti – nel fondo dedicato a Carlo della Corte.

Tutto materiale che a leggerlo a distanza di quasi trent’anni, lungi dall’essere un reperto ad uso degli esegeti felliniani, si offre come una raccolta fresca e vivace dalla quale piluccare ispirazioni. Paolo della Corte, figlio di Carlo, fin da bambino esposto alle amicizie del padre, ha evidentemente imparato da loro a vagare per calli e campielli senza cadere nella trappola di raccontarne l’ovvio ma tenendo costantemente lo sguardo critico, divertito, meravigliato e disincantato, fotografando per decenni tutto fuorché la Laguna e pazientando finché non fosse arrivata l’intuizione giusta per farsi interprete della città dove è nato, e che non ha mai lasciato.

Voglio fotografare i veneziani sott’acqua.

Tutti vestiti, sott’acqua, che nuotano come anfibi.Nasce così un lavoro potente di narrazione e denuncia di un problema contingente – quello della Venezia che secondo Nature sarà completamente sommersa nel 2050 d.C. – nel quale i suoi concittadini finiscono in vasca. Ma non una vasca da bagno alla Alban Grosdidier con i soggetti annegati e costretti in un bianco e nero angosciante, bensì la vasca grande dell’acquario nell’Aquarius Hotel in campo San Giacomo dell’Orio, dove tuffandosi senza esitazione osti e gondolieri, ar- tisti e maestri vetrai, giovani e anziani, da soli, in coppia o in gruppo, quasi sembrano trovarsi a loro agio intale dimensione liquida, dimostrando la veridicità del famoso detto veneziano che co l’acqua riva al dadrio, tuti impara a nuar.

Come tanti Gilliatt, inghiottiti dai flutti e rincoglioniti dalle bevute, si abbracciano, fanno capriole, fluttuano, camminano, danzano, si tappano il naso o da questo emettono le bolle, strizzano gli occhi, gonfiano le gote dando vita a un grande circo che sarebbe piaciuto a Fellini, e sembra che ributtati nel loro elemento e non più fermi immobili, disorientati, investiti da “orde di pantegane  ”(1), finalmente abbiano ripreso a vivere. Un carnevale acquatico tanto più allegro e spensierato quanto più grottesco e drammatico, al quale non si può prendere parte, ma solo assistere. E a chi guarda rimane la possibilità di scegliere se farlo chiuso nella batisfera come il regista con il pro- fessor Landowski in Sequenze di San Marco, carpendo il rantolo cadenzato di una città che vuole ancora provare a raccontare la sua storia, oppure da dietro il vetro della cabina di regia, come Calibano, fregandosi le mani per il nuovo spot che sfruttando l’occasione potrà mettere in onda: Mentre l’attore annega una voce fuori campo invita gli spettatori a iscriversi a una celebre scuola di nuoto, per non fare, durante la stagione balneare, la stessa fine del buon Gilliatt.

Fine

1 così Tiziano Rizzo in una intervista, ricordando come Fellini aveva definito i turisti